Redditometro: inversione dell’onere della prova a carico del contribuente


Qualora venga determinato sinteticamente il reddito di un contribuente, resta a carico di quest’ultimo l’onere di provare che il reddito accertato non esiste (Corte di cassazione – ordinanza 24 novembre 2021, n. 36548)

A parere dei giudici della Corte, la determinazione del reddito delle persone fisiche, ove effettuata con metodo sintetico sulla base degli indici previsti dai decreti ministeriali del 10 settembre e 19 novembre 1992 (Redditometro), dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicché è legittimo l’accertamento fondato su essi, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.


L’allegazione di elementi indicativi di capacità contributiva accertati mediante redditometro costituisce, pertanto, circostanza tale da comportare l’inversione dell’onere della prova, che impone al contribuente l’allegazione di prove contrarie a dimostrazione dell’inesistenza del maggior reddito attribuito dall’Ufficio, ovvero tali da dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore, essendo l’amministrazione finanziaria legittimata a risalire, secondo il meccanismo dell’art. 2727 c. c., da un fatto noto (l’esistenza degli elementi di capacità contributiva) a quello ignoto (la sussistenza di un certo reddito.


L’art. 38, co. 5, D.P.R. n. 600/1973, nella formulazione pro tempore, dispone che “qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la stessa si presume sostenuta, salvo contraria, con redditi conseguiti, in quote costanti, nell’anno in cui è stata effettuata e nei quattro precedenti”. Secondo la costante giurisprudenza della Corte, in tema di accertamento sintetico dei redditi per i quali il termine per la presentazione della dichiarazione fosse già scaduto alla data di entrata in vigore dell’art. 22, co. 1, D.L. n. 78/2010, che ha novellato il cit. art. 38, co. 5, l’Ufficio può avvalersi della presunzione legale relativa, posta nella previdente formulazione di detta disposizione, secondo la quale la spesa per incrementi patrimoniali si considera sostenuta con redditi conseguiti in quote costanti nell’anno in cui è stata effettuata e nei quattro precedenti.


Pertanto, qualora l’Ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la stessa si presume sostenuta, salvo prova contraria, con redditi conseguiti, in quote costanti, nell’anno in cui è stata è stata effettuata e nei quattro anni precedenti, salva la prova contraria che il maggior reddito è costituito, in tutto o in parte, da redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.


Pubblici esercizi: sospensione dell’erogazione dell’elemento economico di garanzia dalla Fipe



La FIPE ha dato indicazione di non procedere all’erogazione dell’elemento economico di garanzia da erogare con la retribuzione del mese di novembre 2021.


La Federazione, in conseguenza della gravissima crisi di tutto il settore dei pubblici esercizi, causata dalle misure restrittive e di contenimento a seguito della pandemia da Covid-19, dà indicazione di non procedere alla erogazione dell’elemento economico di garanzia, previsto con la retribuzione del mese di novembre 2021.















Livello

Importi in euro

A, B 186,00
1, 2, 3 158,00
4, 5 140,00
6S, 6, 7 112,00


Da parte della Federazione è stata ribadita, la posizione federale di non corrispondere l’importo previsto a titolo di elemento economico, con la retribuzione del mese di novembre.
Come noto, questa decisione trova il suo fondamento nel quadro economico di gravissima crisi del settore, a seguito della pandemia da Covid-19. Inoltre, l’elemento economico di garanzia, è un trattamento legato alla produttività, tanto che le norme contrattuali, introdotte per il premio di risultato, si applicano anche all’elemento economico di garanzia.
Le mutate condizioni rispetto al momento della sottoscrizione del CCNL, non rendono, infatti, possibile erogare un trattamento retributivo legato alla produttività in una situazione di grave crisi economica come quella che tutte le imprese del settore hanno attraversato e stanno tuttora stanno vivendo, legata alle perduranti incertezze generate dalla pandemia.
La decisione assunta dalla Federazione, collegata alla gravissima crisi del settore, trova, peraltro, il fondamento tecnico nul CCNL, esplicito nella previsione della fattispecie di deroga all’obbligo con il richiamo: “a fronte di situazioni economiche di particolare rilievo o con riferimento ad eventi estremi…”
La posizione della Federazione, peraltro già formalizzata in una lettera inviata alle Segreterie Generali delle OO.SS. dei lavoratori, con la quale le stesse hanno dato indicazione alle strutture di non procedere erogare l’elemento economico di garanzia, è stata nuovamente comunicata nella riunione del 10 novembre scorso.
A loro volta, le OO.SS. non si sono ancora espresse in merito.
Si ricorda, inoltre, che dal mese di novembre 2021, il CCNL ha previsto nuovamente l’inclusione  degli scatti di anzianità nel calcolo del Trattamento di fine rapporto.
La norma transitoria, infatti, dispone che, è escluso dalla quota annua della retribuzione utile ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto, l’importo degli scatti di anzianità, dalla data dell’1/1/2018 fino al 31/10/2021.

Trasporto e Logistica: protocollo sicurezza Covid-19

Siglato l’11/11/2021, tra il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, le associazioni datoriali Confindustria, Confetra, Confcoooperative, Conftrasporto/Confcommercio, Confartigianato Trasporti, Assoporti, Assaeroporti, CNA-FITA, AICAI, ANITA, ASSTRA, ANAV, AGENS, Confitarma, Assarmatori, Legacoop Produzione Servizi e la FILT-CGIL, la FIT-CISL, la UILTRASPORTI, il Protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione del covid-19 nel settore del trasporto e della logistica.

Il 14/3/2020 è stato adottato il Protocollo di regolamentazione per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro, relativo a tutti i settori produttivi (successivamente aggiornato il 6/4/2021) e, in data 20/3/2020, il Protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti nel settore dei trasporti e della logistica. Il 30/8/2021 sono state inoltre modificate con Ordinanza del Ministro della Salute le “Linee guida per l’informazione agli utenti e le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del COVID-19 nel trasporto pubblico”. Stante le ulteriori misure normative intercorse, il mutare della situazione epidemiologica e l’evoluzione della campagna di vaccinazione, l’introduzione dell’obbligo di certificazione verde per i lavoratori si ritiene necessario procedere ad un aggiornamento del Protocollo condiviso di regolamentazione relativo al settore trasporti e logistica.
Il suddetto protocollo prevede adempimenti per ogni specifico settore nell’ambito trasportistico, ivi compresa la filiera degli appalti funzionali al servizio ed alle attività accessorie e di supporto correlate. Ferme restando le misure per le diverse modalità di trasporto, si richiama l’attenzione sui seguenti adempimenti comuni e sugli adempimenti per i seguenti settori:
– SETTORE AEREO
– SETTORE AUTOTRASPORTO MERCI
– SETTORE TRASPORTO PUBBLICO LOCALE AUTOMOBILISTICO, METROPOLITANO, TRANVIARIO, FILOVIARIO, FUNICOLARI, LACUALE, LAGUNARE, COSTIERO E FERROVIARIO DI COMPETENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME
– SETTORE FERROVIARIO DI INTERESSE NAZIONALE E A LIBERO MERCATO
– SETTORE MARITTIMO E PORTUALE
– SERVIZI DI TRASPORTO NON DI LINEA.

CCNL FEDERALBERGHI: Dichiarazione congiunta delle Parti

Il giorno 22/11/2021, FEDERALBERGHI, FAITA-FEDERCAMPING e FILCAMS-CGIL, FISASCAT-CISL, UILTUCS-UIL, parti stipulanti il CCNL Turismo 18/1/2014 si sono incontrate per esaminare congiuntamente lo stato del settore e concordare le iniziative conseguenti

Le parti hanno analizzato la grave situazione causata dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, i cui sviluppi – nonostante il buon andamento della campagna vaccinale e le misure prese per contenere la diffusione del contagio sui luoghi di lavoro – destano preoccupazione per l’andamento dell’economia turistica in generale e per la ripresa del settore ricettivo.
Il confronto tra le parti si è soffermato sul calo delle presenze turistiche nell’anno in corso, sulla perdita di fatturato delle imprese ricettive e sulla rilevante flessione dei dati occupazionali del settore.
Alla luce delle difficili prospettive legate all’evoluzione del quadro di restrizioni connesso all’emergenza epidemiologica le parti hanno concordato sulla necessità di richiedere a Governo e Parlamento una proroga delle integrazioni salariali con causale Covid-19 fino al manifestarsi concreti e duraturi segnali di ripresa economico occupazionale nel settore turistico-ricettivo e in ogni caso fino al mese di aprile 2022, nell’attuale quadro di tutele.
Con riferimento al confronto per il rinnovo del CCNL Turismo, avviato il 27/2/2020, le parti hanno ribadito la centralità e il valore della contrattazione collettiva nazionale per il settore e hanno manifestato la volontà di proseguire in tale ambito nel confronto anche al fine di esaminare e porre in essere tutte le iniziative utili per individuare le soluzioni più opportune che possano accompagnare la ripresa del settore.

Criteri di scelta dei lavoratori da licenziare nell’ambito del licenziamento collettivo

In caso di licenziamento collettivo è legittima l’adozione concordata tra le parti sociali di criteri di scelta dei lavoratori da licenziare anche difformi da quelli legali, purché rispondenti a requisiti di obiettività e razionalità (Cassazione – Ordinanza del 24 novembre 2021, n. 36451

E’ quanto ha affermato la Corte di Cassazione nell’Ordinanza del 24 novembre 2021, n. 36541, chiamata ad esprimersi sulla sentenza della Corte d’appello di Roma, n. 3735 del 2019, che accoglieva nell’ambito di un licenziamento collettivo, il reclamo proposto da una Società datrice di lavoro e per effetto rigettava le domande proposte da alcuni lavoratori intese ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento loro intimato.
La Corte di appello, in sintesi, escludeva la violazione dei criteri di scelta di cui all’art. 5 legge n. 223/91 per avere l’azienda delimitato il bacino di comparazione per individuare i dipendenti da licenziare ai soli lavoratori addetti ad una sede specifica, pur sussistendo fungibilità di mansioni con altri lavoratori addetti ad altre sedi. Deduceva che in esito all’accordo sindacale le parti avevano convenuto, come previsto dall’art. 5 comma 1, legge n. 223 del 1991, la legittima determinazione del criterio di scelta in quello delle esigenze tecnico-produttive ed organizzative riferito alla sola platea degli addetti alla sede interessata.

La Corte di Cassazione, rigettando il ricorso dei lavoratori e sostenendo la decisione della Corte di Appello, ha riaffermato il principio secondo il quale nell’ambito di un licenziamento collettivo è legittima l’adozione concordata tra le parti sociali di criteri di scelta dei lavoratori da licenziare anche difformi da quelli legali, purché rispondenti a requisiti di obiettività e razionalità.
Inoltre è del pari legittima la scelta di escludere dalla comparazione i lavoratori di equivalente professionalità che siano però addetti ad unità produttive non soppresse dislocate sul territorio nazionale in quanto la circostanza, da accertarsi in concreto e nello specifico verificata, che il mantenimento in servizio dei dipendenti appartenenti all’unità soppressa esigerebbe il loro trasferimento in altra sede, con aggravio di costi per l’azienda e interferenza sull’assetto organizzativo può assumere rilievo ed essere un criterio legittimo che esclude la necessità di comparazione ove, come nella specie, il numero dei lavoratori coinvolti sia tale da configurare un trasferimento collettivo, che avrebbe implicato la necessità di concordare in sede sindacale la formazione di graduatorie redatte in base a criteri predeterminati.

Controgaranzia a favore del Fondo di garanzia per le PMI


Il Gestore del Fondo di garanzia per le PMI ha sottoscritto un accordo con Cassa Depositi e Prestiti (CDP) attraverso il quale quest’ultima rilascerà una controgaranzia avvalendosi, attraverso il Fondo Europeo degli Investimenti (FEI), delle risorse dell’European Guarantee Fund (EGF). (MEDIOCREDITO CENTRALE/INVITALIA – Circolare 25 novembre 2021, n. 8)

L’accordo si applicherà alle richieste di ammissione alla garanzia diretta del Fondo (con esclusione delle richieste presentate ai sensi della lettera m) del DL Liquidità e ai sensi dell’art. 56 del DL Cura Italia) presentate a partire dal 17 gennaio 2022 e relative ad operazioni aventi le seguenti caratteristiche:


– durata del finanziamento compresa tra un minimo di 3 mesi e un massimo di 10 anni;


– finalità dei finanziamenti garantiti: esclusivamente capitale circolante (in aggiunta agli investimenti, sono escluse le operazioni di acquisto automezzi, leasing finanziario, factoring, debito subordinato e quasi-equity);


– importo massimo garantito dal Fondo PMI per singola impresa pari a € 1.428.600,00, corrispondente a un massimale contro-garantito dal FEI pari a € 800.000,00;


– non siano garantite anche in quota parte con risorse UE;


I soggetti richiedenti, inoltre, per le domande presentate a partire dal 17 gennaio 2022, devono acquisire il nuovo allegato 4 – Garanzia diretta in vigore dal 17 gennaio 2022, debitamente compilato e sottoscritto dal legale rappresentante del soggetto beneficiario finale.


Lieve ritardo nel pagamento dell’avviso bonario: la sanzione è piena

In tema di sanzioni per omesso o ritardato versamento delle imposte dovute, la riduzione prevista in caso di ritardo lieve (entro 15 gg.), non si applica nell’ipotesi di ritardato versamento rispetto al termine stabilito in sede di controllo formale della dichiarazione con la comunicazione di irregolarità (cd. avviso bonario). (Corte di Cassazione – Ordinanza 25 novembre 2021, n. 36577).

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, il contribuente ha effettuato il pagamento delle somme accertate con un ritardo di tre giorni rispetto al termine indicato nella comunicazione di irregolarità con la quale, a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione, l’Agenzia delle Entrate aveva accertato l’omesso versamento delle imposte dovute. Di conseguenza, l’Agenzia delle Entrate ha irrogato la sanzione nella misura ordinaria (30 per cento).
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente, ritenendo applicabile la riduzione della sanzione prevista per il ritardo lieve, ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n. 471 del 1997.


Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte Suprema ha riformato la decisione dei giudici tributari.


Secondo la disciplina in materia di riscossione delle somme dovute a seguito dei controlli automatici delle dichiarazioni fiscali (art. 2, co. 2 del D.Lgs. n. 462 del 1997): l’iscrizione a ruolo non è eseguita, in tutto o in parte, se il contribuente o il sostituto d’imposta provvede a pagare le somme dovute (…), entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, prevista dai commi 3 degli articoli 36-bis del DPR n. 600 del 1973 e 54-bis del DPR n. 633 del 1972, ovvero della comunicazione definitiva contenente la rideterminazione in sede di autotutela delle somme dovute, a seguito dei chiarimenti forniti dal contribuente o dal sostituto d’imposta. In tal caso, l’ammontare delle sanzioni amministrative dovute è ridotto ad un terzo e gli interessi sono dovuti fino all’ultimo giorno del mese antecedente a quello dell’elaborazione della comunicazione”.
Pertanto, il beneficio della riduzione delle sanzioni ad un terzo, opera quando, entro il termine ivi previsto, venga eseguito il pagamento integrale.


In materia di sanzioni per ritardati od omessi versamenti diretti e altre violazioni in materia di compensazione (art. 13, co. 1 del d.lgs. n. 471 del 1997) è previsto: “Chi non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze, i versamenti in acconto, i versamenti periodici, il versamento di conguaglio o a saldo dell’imposta risultante dalla dichiarazione, detratto in questi casi l’ammontare dei versamenti periodici e in acconto, ancorché non effettuati, è soggetto a sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato (…). Per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a quindici giorni, la sanzione di cui al primo periodo, oltre a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, è ulteriormente ridotta ad un importo pari ad un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo. Identica sanzione si applica nei casi di liquidazione della maggior imposta ai sensi degli articoli 36-bis e 36-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e ai sensi dell’articolo 54-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633”.
Al riguardo la Corte Suprema ha precisato che il riferimento al “ritardo non superiore a quindici giorni” è riferito alla scadenza ordinaria, fisiologica, prevista dalle singole leggi d’imposta e non al ritardo – ulteriore – rispetto al momento di accertamento operato dall’Ufficio.
Il riferimento al controllo formale (e all’applicazione in tale sede della sanzione per ritardato e omesso versamento), poi, costituisce solo il riconoscimento della possibilità di irrogare la sanzione anche con la cartella di pagamento emessa ex art. 36 bis e 54 bis e non la possibilità di ridurre l’ammontare della sanzione in relazione al ritardato pagamento di quanto così richiesto.


Secondo i giudici tale ultima conclusione sarebbe illogica, oltrechè incoerente con la previsione dell’art. 2, co. 2 del D.Lgs. n. 462 del 1997. Accettando la tesi dei giudici tributari, infatti, ove il pagamento sia effettuato prima della scadenza del termine assegnato (con la comunicazione di irregolarità) la sanzione è ridotta al 10%, mentre se è effettuato dopo detto termine sarebbe ridotta al 2% per ogni giorno di ritardo.


In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “in tema di sanzioni per omesso o ritardato versamento delle imposte dovute, la riduzione prevista dall’art. 13, comma 1, seconda parte, d.lgs. n. 471 del 1997, riguarda solo l’ipotesi dell’inosservanza (lieve) rispetto all’originaria scadenza per il pagamento, come disciplinata dalle singole leggi d’imposta, e non il caso del ritardato versamento rispetto al momento di accertamento operato dall’Ufficio, evenienza nella quale è applicabile, in caso di riscontro in sede di controllo formale, esclusivamente il beneficio di cui all’art. 2, comma 2, d.lgs. n. 462 del 1997 ove il pagamento integrale di quanto richiesto sia eseguito entro il termine di giorni 30 decorrenti dalla comunicazione ivi prevista”.

INPS: esenzione ai fini fiscali delle somme erogate a titolo di anticipazione NASpI


Si forniscono indicazioni in materia di esenzione ai fini fiscali delle somme erogate a titolo di anticipazione NASpI, in un’unica soluzione, per la sottoscrizione di quote di capitale sociale di una cooperativa nella quale il rapporto mutualistico ha ad oggetto la prestazione di attività lavorativa da parte del socio.


L’Agenzia delle entrate ha stabilito i criteri e le modalità di attuazione della richiamata disposizione normativa. In particolare, l’Agenzia ha disposto che i lavoratori che intendano richiedere la liquidazione anticipata, in un’unica soluzione, della prestazione NASpI per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa nella quale il rapporto mutualistico ha ad oggetto la prestazione di attività lavorative da parte del socio, sono tenuti, ai fini del riconoscimento dell’esenzione, ad allegare alla domanda dianticipazione i seguenti documenti:
– attestazione di avvenuta iscrizione della cooperativa nel Registro delle imprese presso la Camera di Commercio competente per territorio, nonché nell’Albo nazionale delle società cooperative gestito dalle Camere di Commercio unitamente all’indicazione degli estremi per la successiva verifica;
– stralcio dall’elenco dei soci corredato da una dichiarazione del Presidente della cooperativa attestante l’avvenuta iscrizione dell’interessato e l’attività allo stesso assegnata;
– dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, in cui il richiedente dichiara di destinare l’intero importo percepito al capitale sociale della cooperativa interessata entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno di imposta in cui è stata percepita la prestazione.
In ragione delle suddette disposizioni, i titolari dell’indennità di disoccupazione NASpI, che richiedono l’erogazione della stessa in forma anticipata per la sottoscrizione di quote di capitale sociale di una cooperativa e che intendono avvalersi della esenzione ai fini fiscali delle somme erogate a titolo di anticipazione NASpI, al momento della presentazione della domanda di anticipazione sono tenuti a produrre la documentazione menzionata, allegando la stessa con le consuete modalità.
In assenza di tutta la richiamata documentazione, il richiedente la prestazione in forma anticipata per la sottoscrizione di quote di capitale sociale di una cooperativa non potrà beneficiare dell’esenzione ai fini fiscali delle somme percepite a titolo di anticipazione NASpI; al riguardo, l’Inp precisa che la domanda di anticipazione NASpI verrà comunque istruita, tuttavia, qualora sia accolta, le somme erogate saranno regolarmente soggette alla tassazione prevista per l’anticipazione NASpI in un’unica soluzione.


Nell’ipotesi in cui il beneficiario della prestazione NASpI in forma anticipata si rioccupi con rapporto di lavoro subordinato nel periodo teorico di spettanza della prestazione è tenuto alla restituzione dell’intero importo percepito a titolo di anticipazione, salvo il caso in cui il rapporto di lavoro subordinato sia stato instaurato con la società cooperativa della quale ha sottoscritto una quota.
Laddove l’assicurato che ha percepito la NASpI in forma anticipata per la sottoscrizione di quote di capitale sociale di una società cooperativa instauri – prima della scadenza del periodo per cui è riconosciuta la NASpI – un rapporto di lavoro subordinato con un datore di lavoro diverso dalla cooperativa di cui ha sottoscritto una quota, questi è tenuto alla restituzione dell’intera somma percepita a titolo di anticipazione NASpI.


Contributo minimale calcolato sulla retribuzione virtuale

L’importo della retribuzione, da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali, non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori del settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale (cd. “minimale contributivo”). Per le imprese edili sono individuate ipotesi di esenzione dall’obbligo del minimale contributivo, ma incombe sul datore di lavoro l’onere di allegare e provare la ricorrenza di tali ipotesi. (Corte di Cassazione – Ordinanza 25 novembre 2021, n. 36713).

Il Caso


Nel caso di specie gli ispettori hanno contestato al datore di lavoro l’omissione contributiva in considerazione del versamento effettuato sulla base della retribuzione effettivamente corrisposta, in ragione dei giorni di presenza dei lavoratori, senza tenere conto del minimale contributivo.
Il giudice del lavoro ha confermato la pretesa contributiva, ritenendo che il datore di lavoro fosse tenuto al versamento del cd. “minimale contributivo” e che, quindi, dovesse rapportare la contribuzione alla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva prevalente nel settore di appartenenza e non a quella effettivamente versata in ragione dei giorni di presenza dei lavoratori.

Decisione della Cassazione


La decisione, impugnata dall’impresa, è stata confermata dalla Corte di Cassazione.
La Corte Suprema ha affermato che l’importo della retribuzione, da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali, non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale – cd. “minimale contributivo” (art. 1 del D.L. 9 ottobre 1989, n. 338).
In base alla disposizione – con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale – il riferimento alla contrattazione collettiva opera senza le limitazioni derivanti dall’applicazione dei criteri di cui all’art. 36 Costituzione (cd. “minimo retributivo costituzionale”), in quanto rilevanti solo quando a detti contratti si ricorre – con incidenza sul distinto rapporto di lavoro – ai fini della determinazione della giusta retribuzione.
La regola del minimale contributivo deriva dal principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva, ben potendo l’obbligo contributivo essere parametrato ad importo superiore a quanto effettivamente corrisposto dal datore di lavoro.
La Corte Suprema osserva che per il settore dell’edilizia, in particolare, le ipotesi di esenzione dall’obbligo del minimale contributivo sono espressamente individuate dalla disciplina di settore (art. 29 del D.L. n. 244 del 1995), in ragione della peculiarità del settore medesimo ove la possibilità di rendere la prestazione lavorativa è normalmente condizionata da eventi esterni che sfuggono al controllo delle parti.
Nondimeno, anche nei settori diversi da quello edile, la contribuzione risulta dovuta nei casi di assenza del lavoratore o di sospensione concordata della prestazione stessa che costituiscano il risultato di un accordo tra le parti derivante da una libera scelta del datore di lavoro e non dalle ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo (quali malattia, maternità, infortunio, aspettativa, permessi, cassa integrazione).
Di conseguenza, precisa la Corte Suprema, qualora gli enti previdenziali e assistenziali pretendano da un’impresa differenze contributive sulla retribuzione virtuale determinata secondo il criterio del minimale contributivo (ai sensi dell’art. 1, co. 1 del D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, anche con riferimento all’orario di lavoro, incombe al datore di lavoro allegare e provare la ricorrenza di un’ipotesi eccettuativa dell’obbligo.


Pertanto, l’esenzione dall’obbligo del contributivo, sulla base della necessità di adeguare la contribuzione alla prestazione effettivamente resa (id est: alle giornate lavorative effettivamente espletate), deve ritenersi ammessa soltanto per quelle situazioni di “sospensione” dell’attività lavorativa per le quali, detta esenzione, sia stabilita da fonti legali e/o contrattuali.

Dal 6 dicembre, green pass rafforzato


È stato approvato il DL contenente misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e sociali.

In particolare, il provvedimento prevede che la durata di validità del Green Pass venga ridotta dagli attuali 12 a 9 mesi.
L’obbligo di Green Pass viene esteso ai seguenti ettori: alberghi; spogliatoi per l’attività sportiva; servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale; servizi di trasporto pubblico locale.
Inoltre, dal 6 dicembre prossimo viene introdotto il Green Pass rafforzato per coloro che sono o vaccinati o guariti.
Il nuovo Certificato verde serve per accedere ad attività che altrimenti sarebbero oggetto di restrizioni in zona gialla nei seguenti ambiti: spettacoli, spettatori di eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche, cerimonie pubbliche.
In caso di passaggio in zona arancione, le restrizioni e le limitazioni non scattano, ma alle attività possono accedere i soli detentori del Green Pass rafforzato.
Dal 6 dicembre 2021 e fino al 15 gennaio 2022 è previsto che il Green Pass rafforzato per lo svolgimento delle attività, che altrimenti sarebbero oggetto di restrizioni in zona gialla, debba essere utilizzato anche in zona bianca.


Sarà disposto un rafforzamento dei controlli da parte delle prefetture che devono prevedere un piano provinciale per l’effettuazione di costanti controlli entro 5 giorni dall’entrata in vigore del testo e sono obbligate a redigere una relazione settimanale da inviare al Ministero dell’interno.
Il Governo ha assunto e ha intenzione di assumere in via amministrativa altre decisioni: è già consentita la terza dose dopo 5 mesi dalla seconda; aprirà da subito la terza dose per gli under 40; se autorizzate, potranno essere avviate campagne vaccinali per la fascia di età 5-12 anni.