Contestazione sanzioni: escluso l’accertamento per adesione e la sospensione dei termini

L’atto di contestazione sanzioni deve essere impugnato entro sessanta giorni dalla notifica, anche se è stata proposta istanza di adesione al separato avviso di accertamento, emesso contestualmente, relativo ai tributi cui le sanzioni si riferiscono. Per l’atto di contestazione sanzioni, infatti, non vale la sospensione di novanta giorni del termine d’impugnazione (Corte di Cassazione – Ordinanza 30 settembre 2020, n. 20864)

La controversia trae origine dall’avviso emesso dall’Agenzia delle Entrate per la contestazione di sanzioni per violazioni relative all’utilizzo di fatture riferite ad operazioni oggettivamente inesistenti ed oggetto di separato avviso di accertamento.
In considerazione della proposizione dell’istanza di definizione dell’avviso di accertamento, i giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente ritenendo che:
– i termini di impugnazione dell’atto di contestazione sanzioni fossero stati prorogati in ragione dell’istanza di accertamento con adesione;
– le sanzioni contestate costituissero una duplicazione di quelle, sensibilmente inferiori, già contestate con l’avviso di accertamento notificato;
– l’Ufficio non potesse modificare in riduzione le sanzioni comminate in quanto ciò avrebbe comportato la modifica, in sede contenziosa, della motivazione dell’originario provvedimento impositivo.

Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato la sentenza dei giudici tributari sulla base delle seguenti considerazioni.
La procedura di irrogazione delle sanzioni per violazioni tributarie prevede la notifica al trasgressore ed agli eventuali coobbligati, dell’atto di contestazione, da parte dell’ufficio o dell’ente competente, laddove la sanzione non sia irrogata contestualmente all’avviso di accertamento.
Entro il termine di proposizione del ricorso, il trasgressore ed i soggetti obbligati in solido, possono decidere:
– di addivenire alla definizione agevolata della controversia, pagando un importo pari ad un terzo della misura indicata, con conseguente esclusione anche delle sanzioni accessorie;
– di presentare deduzioni difensive all’atto di contestazione delle sanzioni, al fine di provocare un provvedimento dell’ufficio o dell’ente competente, che può accogliere le deduzioni o irrogare le sanzioni con atto motivato anche in merito al mancato accoglimento delle deduzioni medesime (atto impugnabile davanti alla competente commissione tributaria);
– di impugnare senz’altro, davanti alla competente commissione tributaria, l’atto di contestazione sanzioni, il quale si trasforma ex lege in provvedimento d’irrogazione delle stesse.


La Corte Suprema ha osservato che il procedimento per irrogazione delle sanzioni ed il procedimento di accertamento del tributo sono del tutto autonomi, tanto che il primo non postula affatto la definitività del secondo, e sono soggetti, pertanto, ad una disciplina del tutto differente e non sovrapponibile.
In particolare, per il procedimento di irrogazione e definizione delle sanzioni non trova applicazione il diverso istituto dell’accertamento con adesione, che la normativa di riferimento prevede unicamente per gli avvisi di accertamento e per gli avvisi di rettifica.
In considerazione dell’autonomia dei due procedimenti, precisano i giudici della Cassazione, non può ritenersi che l’istanza di accertamento per adesione proposta nei confronti dell’avviso di accertamento produca i suoi effetti anche con riferimento all’impugnazione dell’atto di contestazione delle sanzioni; in particolare, non si applica a quest’ultimo la sospensione di 90 giorni del termine di impugnazione, che deve essere in ogni caso proposta entro il termine perentorio di 60 giorni dalla notifica dell’atto di contestazione.


Nel caso esaminato, ritenendo, erroneamente, applicabile la sospensione sia all’avviso di accertamento (oggetto di istanza di adesione), sia al separato atto di contestazione sanzioni, il contribuente ha impugnato anche quest’ultimo oltre il sessantesimo giorno, con la conseguenza che il ricorso risulta proposto in ritardo e, pertanto, inammissibile sin dal primo grado.

In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il principio di diritto secondo cui: “il procedimento per irrogazione delle sanzioni è del tutto autonomo rispetto al procedimento di accertamento dei tributi e allo stesso trovano applicazione unicamente gli artt. 16-18 del D.Lgs. n. 472 del 1997; ne consegue che l’istituto dell’accertamento per adesione di cui al D.Lgs. n. 218 del 1997 non trova applicazione nel caso di atto di contestazione sanzioni, anche se emesso contestualmente ad un avviso di accertamento relativo ai tributi cui le sanzioni si riferiscano, sicché l’eventuale proposizione dell’istanza non sospende il termine per la sua impugnazione”.


Chiarimenti sulle restrizioni adottate per l’emergenza Covid-19


Sulla disposizione che introduce l’obbligo dell’uso all’aperto di dispositivi di protezione delle vie respiratorie, il Ministero dell’Interno ha precisato che, tra i soggetti esentati, rientrano solo coloro che stiano svolgendo l’attività sportiva e non quella motoria, non esonerata, invece, dall’obbligo in questione.
Sulle possibili condotte elusive in merito alla sospensione delle attività di ballo, all’aperto e al chiuso, previste dall’ordinanza del ministero della Salute, l’eventuale offerta di attività danzanti da parte di esercenti di altra tipologia (ristoranti, bar, pub, e simili) è da ritenersi anch’essa interdetta e passibile di sanzioni (Ministero Interno – circolare 10 ottobre 2020, n. 62445).

Il D.L. n. 125/2020 ha introdotto misure urgenti connesse con la proroga al 31 gennaio 2021 della dichiarazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID- 19, di cui alla Delibera del Consiglio dei Ministri del 7 ottobre scorso, pubblicata sulla medesima Gazzetta Ufficiale.


Il provvedimento, nel prorogare al 31 gennaio 2021 le disposizioni di contenimento del virus già in vigore, introduce quale possibile misura l’obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l’obbligatorietà dell’utilizzo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all’aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, fatti salvi i protocolli e linee guida anti-contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché le linee guida per il consumo di cibi e bevande.


Tale misura di profilassi non trova applicazione nei confronti:
– dei soggetti che stanno svolgendo attività sportiva;
– dei bambini di età inferiore a sei anni;
– dei soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità.


Va detto che sono esentati dall’obbligo di utilizzo del dispositivo solo coloro che abbiano incorso l’attività sportiva e non quella motoria, non esonerata, invece, dall’obbligo in questione.


Sulle possibili condotte elusive di quanto previsto dall’Ordinanza 16 agosto 2020 del Ministro della Salute, in tema di sospensione, all’aperto o al chiuso, dell’attività del ballo, nei locali, il Ministero ha chiarito che l’eventuale offerta di attività danzanti da parte di esercenti di altra tipologia (ristoranti, bar, pub e simili) è da ritenersi parimenti interdetta e, pertanto, passibile di sanzioni.


Il credito d’imposta sulle locazioni e i Comuni in stato di emergenza da Covid-19


Il Consiglio e la Fondazione dei dottori commercialisti hanno esaminato in un documento la disciplina prevista dall’articolo 28 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (c.d. Decreto “Rilancio”) avente ad oggetto il “Credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda”, con specifico riferimento alla normativa prevista a favore dei contribuenti aventi il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio di comuni colpiti da eventi calamitosi (sismi, alluvioni o altri eventi naturali avversi) al momento della dichiarazione dello stato di emergenza per la pandemia da Coronavirus. (CDCEC E FNC – comunicato 8 ottobre 2020)

Il documento in oggetto esamina la disciplina prevista dall’articolo 28 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (c.d. Decreto “Rilancio”) avente ad oggetto il “Credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda”, con specifico riferimento alla normativa prevista a favore dei contribuenti aventi il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio di comuni colpiti da eventi calamitosi (sismi, alluvioni o altri eventi naturali avversi) al momento della dichiarazione dello stato di emergenza per la pandemia da Coronavirus.
Il citato articolo 28 prevede – a favore dei soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in possesso di specifici requisiti – il riconoscimento di un credito d’imposta sui canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo volto a contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19.
L’elaborato, dopo avere brevemente analizzato la normativa prevista per il riconoscimento del citato credito, fornisce chiarimenti e precisazioni in merito alla specifica disciplina derogatoria fissata dall’ultimo periodo del comma 5 del citato articolo a favore dei contribuenti aventi domicilio fiscale o sede operativa in uno dei Comuni interessati dalle delibere emergenziali a causa di precedenti calamità intervenute nei territori in cui esercitavano la loro attività economica.
Si tratta di una norma derogatoria rispetto alle regole generali fissate dal decreto ai fini del riconoscimento del credito d’imposta in esame, in considerazione della pregressa situazione di difficoltà economica in cui i contribuenti già versavano al momento dell’insorgenza dell’emergenza epidemiologica, a causa di calamità verificatesi in passato.


Commercialisti-Dogane: protocollo per l’internazionalizzazione


Siglato dal presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e dal direttore generale dell’Agenzia Dogane e Monopoli il protocollo per avviare un’azione sinergica finalizzata alla realizzazione di eventi e progetti a supporto dell’internazionalizzazione del tessuto economico e produttivo del Paese. L’accordo tende anche a promuovere analisi e approfondimenti delle novità procedurali in ambito doganale per consentire il rafforzamento della competitività del sistema delle imprese italiane anche attraverso il supporto della categoria professionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (CNDCEC – Comunicato 09 ottobre 2020).

L’Agenzia Dogane e Monopoli, infatti, in qualità di Autorità doganale nazionale ha la responsabilità primaria della supervisione degli scambi internazionali dell’Unione in modo da contribuire al commercio leale e libero, all’attuazione della politica commerciale comune e delle altre politiche comuni dell’Unione riguardanti il commercio e la sicurezza dell’intera catena logistica, favorendo il rafforzamento della competitività sui mercati internazionali del sistema delle imprese.
Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, invece, cura e coordina le attività di formazione continua e obbligatoria degli iscritti per consentire loro di svolgere la propria attività di assistenza alle imprese, supportandone l’internazionalizzazione e contribuendo allo sviluppo della competitività del tessuto economico e produttivo nazionale.
In quanto soggetti istituzionali impegnati nel sostegno dell’internazionalizzazione, l’Agenzia e il CNDCEC hanno interesse a pianificare azioni, eventi e focustematici che rendano agevole l’accesso agli strumenti e alle semplificazioni previste dalla normativa doganale per contribuire allo sviluppo economico italiano, condividendo conoscenze, informazioni e analisi dei cluster produttivi del Paese – per i quali il Consiglio Nazionale ha realizzato un progetto ad hoc – per individuare tematiche e istanze specifiche e orientare la programmazione di concrete e mirate iniziative congiunte.


Commercialisti: controlli sul domicilio professionale per l’iscrizione all’albo


Forniti chiarimenti sui controlli sul domicilio professionale in base al quale è stata disposta l’iscrizione all’albo (CNDCEC – Nota 8 ottobre 2020, n. 114)

Stante il periodo di emergenza epidemiologica, il Consiglio Nazionale ha comunicato, con informativa n. 20 del 10 marzo 2020, di aver sospeso i controlli sull’operato degli Ordini in relazione alla revisione dell’albo e dell’elenco speciale, da effettuarsi ai sensi dell’art. 34, comma 2 del D.Lgs. 139/2005, e che l’attività di vigilanza sarebbe ripresa a partire dal mese di luglio.
La revisione dell’albo e dell’elenco assume ancor più rilevanza per le imminenti scadenze elettorali. Il Consiglio Nazionale, quindi, nella seduta del 1° ottobre 2020 ha ritenuto opportuno richiamare l’attenzione degli Ordini sulle indicazioni già fornite con l’Informativa n. 22 del 15 marzo 2019, nella quale oltre a fornire chiarimenti in merito alla nozione di domicilio professionale, veniva sottolineata l’importanza di svolgere controlli sull’effettivo mantenimento nel tempo del requisito, dato che esso costituisce, in alternativa alla residenza, il necessario criterio di collegamento tra il professionista e l’albo di riferimento.
È quindi fondamentale che l’Ordine proceda alla verifica della sussistenza del requisito del domicilio professionale inteso come sede dell’esercizio stabile, continuativo e prevalente dell’attività professionale. Dal punto di vista operativo, non essendo disponibile un pubblico elenco dei domicili professionali, l’Ordine potrà verificare sia quegli elementi di fatto che direttamente o indirettamente denuncino la presenza in un certo luogo dello svolgimento dell’attività professionale, sia quelli (quali frequenza, periodicità e continuità delle prestazioni erogate, numero dei clienti, giro di affari), atti a far ritenere “in modo inequivocabile’ che l’iscritto esercita in modo prevalente la professione nel domicilio dichiarato.
In merito alla modalità di effettuazione delle verifiche periodiche nell’ambito dei compiti di tenuta dell’Albo, essa può avvenire anche attraverso la richiesta all’Iscritto di rendere nuovamente le dichiarazioni sostitutive di certificazione e di atto notorio ex artt. 46 e 47 del DPR 445/2000, sul possesso dei requisiti richiesti dalla legge per essere iscritti nell’Albo. In tema di verifiche sulle dichiarazioni rese, il CNDCEC rammenta che l’articolo 71 del citato DPR 445/2000 prescrive idonei controlli eseguiti anche a campione, ed in tutti casi in cui sorgano fondati dubbi sulla loro veridicità.
Per valutare la veridicità di quanto dichiarato dall’Iscritto, a titolo meramente esemplificativo, l’Ordine potrebbe apprezzare il valore della comunicazione formale del domicilio all’Agenzia delle Entrate, di un contratto di affitto o di un’utenza intestati al professionista, delle inserzioni pubblicitarie relative allo studio professionale, ecc….
Alla luce di quanto sopra esposto, bisogna effettuare tempestivamente le necessarie verifiche per il mantenimento dei requisiti di iscrizione e di procedere se necessario alla cancellazione d’ufficio dall’albo, previa comunicazione dell’avvio della procedura ai professionisti interessati nel rispetto dei principi stabiliti dalla legge 241/1990.


Dietro front del Fisco: contributi notarili in deduzione dal reddito professionale

Con Risoluzione 12 ottobre 2020, n. 66/E, l’Agenzia delle Entrate rivede la propria posizione in materia di deducibilità dei contributi previdenziali e assistenziali versati dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato, e conferma che gli stessi sono deducibili ai fini della determinazione del reddito professionale e, quindi, del calcolo della base imponibile IRAP.

La disciplina in materia di contribuzione alla cassa professionale stabilisce che il notaio è tenuto al versamento in favore della Cassa Nazionale del Notariato, per gli atti soggetti ad annotamento nei repertori, di una quota degli onorari degli stessi. La quota è liquidata dal notaio sul totale complessivo degli onorari repertoriali di ciascun mese e versata all’archivio notarile del distretto, contemporaneamente alla presentazione degli estratti mensili dei repertori.
Secondo l’ormai superato orientamento dell’Amministrazione finanziaria, in considerazione delle loro finalità previdenziali e assistenziali attinenti esclusivamente alla sfera personale del notaio, tali contributi non potevano essere considerati un costo sostenuto in funzione della produzione del reddito di lavoro autonomo. Pertanto, non era riconosciuta la deducibilità nella determinazione del reddito di lavoro autonomo, bensì dal reddito complessivo come contributi previdenziali e assistenziali obbligatori per legge.
Ovviamente, sulla base di detto principio, i contributi erano ritenuti esclusi dal calcolo della base imponibile Irap.


Tuttavia, la posizione del Fisco non ha trovato riscontro nell’interpretazione della giurisprudenza, che in diverse pronunce ha affermato il principio opposto.
In particolare, la Corte di Cassazione ha affermato che i contributi versati dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato sono deducibili nella determinazione del reddito di lavoro autonomo, in quanto costi inerenti all’attività professionale.
I giudici della Suprema Corte hanno precisato che tali contributi rientrano nella previsione della norma in materia di determinazione del reddito di lavoro autonomo, dove si fa espresso riferimento alle “spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione”, ovvero alle spese che sono inerenti all’attività svolta.
L’interpretazione dei giudici tiene conto della peculiarità dei contributi dovuti dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato, che sono liquidati sul totale complessivo degli onorari repertoriali di ciascun mese e versati contemporaneamente alla presentazione degli estratti mensili dei repertori, indipendentemente dai compensi percepiti e fatturati.


Aderendo al consolidato orientamento della giurisprudenza, dunque, l’Agenzia delle Entrate ha rivisto la propria posizione e confermato che in sede di controllo sarà riconosciuta ai contributi previdenziali e assistenziali obbligatori per legge versati dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato la deducibilità ai fini della determinazione del reddito di lavoro autonomo e, quindi, del calcolo della base imponibile IRAP.
In sede di dichiarazione dei redditi, dunque, l’importo dei contributi deducibili è correttamente indicato nel quadro RE, colonna 4 del rigo RE19.

Acquisto di più immobili contigui: benefici “prima casa” con prova di unificazione

Le agevolazioni previste per l’acquisto della “prima casa” sono riconosciute anche nel caso di acquisto di distinte unità immobiliari confinanti, con l’impegno a procedere all’unificazione dei locali per costituire un’unica unità abitativa non di lusso. Ai fini del rispetto di tale condizione è irrilevante l’omessa esecuzione della “fusione catastale”, purché sia provata l’effettiva unificazione (Corte di Cassazione – Ordinanza 07 ottobre 2020, n. 21614)

La controversia trae origine dall’avviso di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate ha accertato la decadenza dei benefici fiscali “prima casa” per mancata “unificazione catastale” dei due immobili confinanti, acquistati usufruendo delle agevolazioni con l’impegno di destinare tali immobili a costituire, nel loro insieme, una unica unità abitativa (non di lusso).
L’atto è stato impugnato dal contribuente con ricorso accolto dai giudici tributari, i quali hanno ritenuto spettanti i benefici in considerazione del fatto che le unità immobiliari erano state effettivamente adibite dagli acquirenti a loro residenza principale e l’immobile cosi “unificato” non aveva le caratteristiche di alloggio di lusso.


La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate che ha eccepito l’illegittimità della pronuncia per aver riconosciuto il diritto alle agevolazioni per la prima casa, anche in assenza di prova dell’effettivo accorpamento delle unità immobiliari.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato che i benefici per l’acquisto della “prima casa”:
– possono riguardare alloggi risultanti dalla riunione di più unità immobiliari, purché le stesse siano destinate dall’acquirente, nel loro insieme, a costituire un’unica unità abitativa. Dunque, il contemporaneo acquisto di due appartamenti non è di per sé ostativo alla fruizione dei benefici, a condizione che l’alloggio complessivamente realizzato rientri, per la superficie, per il numero dei vani e per le altre caratteristiche specificate nella tipologia degli alloggi “non di lusso”;
– possono essere riconosciuti anche quando siano più di una le unità immobiliari contemporaneamente acquistate, purché ricorrano due condizioni, e cioè l’effettiva destinazione, da parte dell’acquirente, di dette unità immobiliari, nel loro insieme, a costituire un’unica unità abitativa e la qualificabilità come alloggio non di lusso dell’immobile così “unificato”.
In altri termini, secondo i giudici, è onere del contribuente provare di aver dato seguito all’impegno, assunto in sede di rogito, di procedere all’unificazione delle unità immobiliari e, quindi, di aver effettivamente unificato gli immobili e che l’alloggio così complessivamente realizzato rientra, per la superficie, per il numero dei vani e per le altre caratteristiche, nella tipologia degli immobili “non di lusso”, restando del tutto irrilevante la mancata unificazione delle due unità abitative ai soli fini catastali.
Con riferimento a tale ultimo adempimento, la Corte di Cassazione ha precisato che, nella fattispecie dell’«accorpamento» di unità immobiliari finitime, il termine triennale di decadenza, corrispondente a quello concesso all’ufficio per l’esercizio dei poteri di accertamento, deve ritenersi rispettato se il contribuente realizza l’effettiva unificazione delle unità immobiliari, non essendo necessario che, entro lo stesso termine, si sia provveduto anche all’accatastamento dell’unica unità abitativa così realizzata.
In buona sostanza, il concreto accorpamento delle unità immobiliari funzionale alla realizzazione dell’unica abitazione principale del contribuente costituisce evento che rileva in via esclusiva (pur a fronte di una mera dichiarazione di variazione catastale) e che deve formare oggetto di prova da parte del contribuente.


Estratti conto delle carte dipendente esonerate da imposta di bollo


Agli estratti conto della “carta dipendente” risulta applicabile l’esenzione dall’imposta di bollo prevista per i documenti relativi a rapporti tra enti ed imprese ed i propri dipendenti o ausiliari ed intermediari di commercio o spedizionieri (Agenzia Entrate – risposta 08 ottobre 2020, n. 457).

La carta dipendente è diretta a semplificare i movimenti finanziari tra l’impresa e i suoi dipendenti, mediante la tracciabilità e smaterializzazione degli stessi.
Riguardo all’applicabilità dell’imposta di bollo agli estratti conto, di regola è prevista l’applicazione dell’imposta di bollo fin dall’origine, nella misura di euro 2,00 per ogni esemplare, per gli estratti di conti, nonché lettere ed altri documenti di addebitamelo o di accreditamento di somme, portanti o meno la causale dell’accreditamento o dell’addebitamento e relativi benestare quando la somma supera euro 77,47. Tuttavia, i documenti relativi a rapporti tra enti ed imprese ed i propri dipendenti o ausiliari ed intermediari di commercio o spedizionieri non sono soggetti all’imposta.


Si evince, quindi, che non sono da assoggettare all’imposta di bollo, le note spese che vengono compilate dai dipendenti che, compiendo ad esempio trasferte, sostengono spese addebitabili al datore di lavoro e da rimborsare dal medesimo.


Tale principio risponde alla ratio di evitare artificiosi appesantimenti fiscali e amministrativi all’interno dell’impresa e di conseguenza rendere più snelli i rapporti che intercorrono tra la medesima e i propri dipendenti e collaboratori.


Per il medesimo principio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’esenzione dall’imposta di bollo, possa estendersi anche agli estratti conto delle carte dipendente, a prescindere dalla circostanza che la carta prepagata e il relativo estratto conto vengano emessi da un soggetto terzo che certifica e documenta i rapporti all’interno dell’impresa.


COVID-19: misure urgenti per chi ha soggiornato o transitato in paesi esteri


Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 sono state previste per chi ha soggiornato o transitato in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica Ceca e Spagna (MINISTERO DELLA SALUTE – Ordinanza 07 ottobre 2020).


 


Ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, alle persone che intendono fare ingresso nel territorio nazionale e che nei quattordici giorni antecedenti hanno soggiornato o transitato in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica Ceca e Spagna, si applicano le seguenti misure di prevenzione, alternative tra loro:
a) obbligo di presentazione al vettore all’atto dell’imbarco e a chiunque sia deputato ad effettuare i controlli dell’attestazione di essersi sottoposte, nelle 72 ore antecedenti all’ingresso nel territorio nazionale, ad un test molecolare o antigenico, effettuato per mezzo di tampone e risultato negativo;
b) obbligo di sottoporsi ad un test molecolare o antigenico, da effettuarsi per mezzo di tampone, al momento dell’arrivo in aeroporto, porto o luogo di confine, ove possibile, ovvero entro 48 ore dall’ingresso nel territorio nazionale presso l’azienda sanitaria locale di riferimento; in attesa di sottoporsi al test presso l’azienda sanitaria locale di riferimento le persone sono sottoposte all’isolamento fiduciario presso la propria abitazione o dimora.
Le persone sopra indicate, anche se asintomatiche, sono obbligate a comunicare immediatamente il proprio ingresso nel territorio nazionale al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio.
In caso di insorgenza di sintomi COVID-19, resta fermo l’obbligo per chiunque di segnalare tale situazione con tempestività all’Autorità sanitaria per il tramite dei numeri telefonici appositamente dedicati e di sottoporsi, nelle more delle conseguenti determinazioni dell’Autorità sanitaria, ad isolamento.
La presente ordinanza produce effetti dall’8 ottobre 2020 e sino all’adozione di un successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, e comunque non oltre il 15 ottobre 2020.
Le disposizioni della presente ordinanza si applicano alle regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione.

In G.U. la proroga dello stato d’emergenza e le misure di contrasto al contagio da Covid-19


Nella G.U. n. 248/2020, sono stati pubblicati la delibera del Consiglio dei Ministri del 7 ottobre 2020, che dispone la proroga, fino al 31 gennaio 2021, dello stato d’emergenza dichiarato in conseguenza della dichiarazione di “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” da parte della Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e il D.L. 07 ottobre 2020, n. 125, recante misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19 e per la continuità operativa del sistema di allerta COVID, nonché attuazione della direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020.

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato il decreto-legge n. 125/2020 che introduce misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19 e per la continuità operativa del sistema di allerta COVID, nonché attuazione della direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020.
Il testo proroga, al 31 gennaio 2021, le disposizioni già in vigore che prevedono la possibilità per il governo di adottare misure volte a contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus SARS-CoV-2. In relazione all’andamento epidemiologico e secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente, tali misure potranno essere stabilite per specifiche parti o per tutto il territorio nazionale e per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, comunque reiterabili e modificabili.
Nelle more dell’adozione del primo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (dpcm) successivo all’introduzione delle nuove norme, e comunque fino al 15 ottobre 2020, viene prorogata la vigenza del dpcm del 7 settembre 2020. Inoltre, si introduce l’obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, e si ampliano le circostanze che prevedono l’obbligo di indossarli. Dall’8 ottobre 2020, data di entrata in vigore del decreto-legge n. 125/2020, i dispositivi di protezione individuale dovranno essere indossati non solo nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, come già in passato, ma più in generale nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e anche in tutti i luoghi all’aperto. Si fa eccezione a tali obblighi, sia in luogo chiuso che all’aperto, nei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi. Sono inoltre fatti salvi i protocolli e linee-guida anti-contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali. Ciò significa che nei luoghi di lavoro continuano ad applicarsi le vigenti regole di sicurezza. Al contempo, sono fatte salve le linee guida per il consumo di cibi e bevande. Da tali obblighi restano esclusi i bambini di età inferiore ai sei anni, i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina e coloro che per interagire con questi ultimi versino nella stessa incompatibilità. Inoltre, l’uso della mascherina non sarà obbligatorio durante lo svolgimento dell’attività sportiva.
Il decreto interviene anche sulla facoltà delle regioni di introdurre misure derogatorie rispetto a quelle previste a livello nazionale, nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Si prevede che le regioni, nei limiti delle proprie competenze regionali e di quanto previsto dal decreto-legge n. 33 del 2020, possano introdurre temporaneamente misure maggiormente restrittive, ovvero, nei soli casi e nel rispetto dei criteri previsti dai dpcm, anche ampliative, introducendo in tale ultimo caso la previsione della necessaria “intesa” con il Ministro della salute.
Sempre ai fini del contenimento del contagio, previa valutazione dell’impatto ai sensi delle norme europee sulla privacy, si prevede l’interoperabilità dell’applicazione “Immuni” con le piattaforme che operano, con le medesime finalità, nel territorio dell’Unione europea e si estende il periodo di utilizzo dell’applicazione “Immuni”.
Il testo differisce, inoltre, al 31 ottobre 2020 i termini per l’invio delle domande relativi ai trattamenti di cassa integrazione ordinaria collegati all’emergenza COVID-19.
È infine prorogata al 31 dicembre 2020 l’operatività di specifiche disposizioni connesse all’emergenza COVID, in scadenza al 15 ottobre 2020.