Corrispettivi telematici per “vendite delivery”: modalità di memorizzazione e invio

La vendita di beni materiali tramite app o siti internet, consegnati fisicamente ai clienti tramite corriere o rider si configura come attività di “commercio elettronico indiretto”. Tali attività risultano esonerate dall’obbligo di memorizzazione e invio telematico dei corrispettivi, ma è comunque possibile scegliere di assolvere gli obblighi fiscali adottando i corrispettivi telematici. Se al negozio virtuale corrisponde un locale (fisico) non aperto al pubblico, è possibile installare un Server-RT senza l’obbligo di collegare il numero minimo (tre) di punti cassa (Agenzia delle Entrate – Risposta n. 416 del 2020)

IL CASO

I beni prodotti dall’azienda vengono messi in vendita tramite App o sito internet (gestiti da terzi), da cui il cliente effettua l’ordine ed il pagamento, secondo le modalità stabilite dall’App o sito internet (servizio di “vendite delivery”).
I beni sono prodotti in locali non aperti al pubblico (laboratori) e consegnati fisicamente al cliente, nel luogo dallo stesso indicato nell’App o sito internet, tramite corrieri o rider incaricati dal gestore dell’App o sito internet, che li prelevano dai laboratori.
Nel presupposto che tale attività sia esonerata dagli obblighi di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, il dubbio riguarda la possibilità di optare per i corrispettivi telematici in modo facoltativo e le modalità per eseguire i conseguenti adempimenti.

IL PARERE DEL FISCO

L’Agenzia delle Entrate osserva che l’operazione di vendita (cd. “vendite delivery”) è configurabile come “commercio elettronico indiretto”, posto che le fasi di ordinazione, pagamento dei beni da acquistare e, quindi, stipula del contratto di vendita, sono interamente gestite telematicamente tramite App o sito internet, mentre la relativa consegna fisica dei beni avviene mediante modalità tradizionali.
Si definisce “commercio elettronico indiretto”, infatti, l’operazione di vendita di beni materiali in cui la transazione commerciale avviene in via telematica ma il cliente riceve la consegna fisica della merce a domicilio secondo i canali tradizionali, ossia tramite vettore o spedizioniere, corriere o rider.
Ai fini Iva, le operazioni di commercio elettronico indiretto sono assimilabili alle vendite per corrispondenza e, pertanto, non sono soggette all’obbligo di emissione della fattura (se non richiesta dal cliente non oltre il momento di effettuazione dell’operazione), né all’obbligo di certificazione mediante emissione dello scontrino o della ricevuta fiscale.
I corrispettivi delle vendite devono, tuttavia, essere annotati nel registro dei corrispettivi.


Posto che dal 1° gennaio 2020 i soggetti che effettuano le operazioni di commercio al minuto e attività assimilate sono obbligati alla memorizzazione elettronica ed alla trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri, in sostituzione degli obblighi di emissione degli scontrini fiscali e della registrazione dei corrispettivi nel relativo registro, è previsto uno specifico esonero dai corrispettivi telematici per le operazioni non soggette all’obbligo di certificazione dei corrispettivi.
Di conseguenza, i corrispettivi delle operazioni di vendita che si configurano come “commercio elettronico indiretto”, in quanto assimilabili alle vendite per corrispondenza, per cui è previsto l’esonero da qualunque obbligo di certificazione (salvo l’obbligo di emissione della fattura se richiesta dal cliente), sono altresì esonerati dall’obbligo di invio telematico dei corrispettivi, fermo restando l’obbligo di annotazione nel registro dei corrispettivi e l’istituzione del registro delle fatture per quelle eventualmente emesse.


Ne deriva, nel caso di specie delle cd. “vendite delivery”, l’esonero dall’obbligo di certificazione, anche telematica, dei corrispettivi, con l’obbligo di annotazione nel corrispondente registro e l’istituzione del registro delle fatture.
Tuttavia, ai soggetti esonerati è riconosciuta comunque la possibilità di optare per la memorizzazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi, in sostituzione dell’obbligo di annotazione degli stessi nell’apposito registro. Facoltà che, dunque, è riconosciuta anche per le operazioni di “Vendite Delivery”.


Per quanto riguarda le modalità di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri da adottare, e in particolare la possibilità di utilizzare un Server di consolidamento-Registratore Telematico (cd. “Server-RT”), l’Agenzia delle Entrate precisa che tale modalità è prevista per gli esercenti che operano con un numero non inferiore a tre punti cassa per singolo punto vendita. Tuttavia la limitazione relativa al numero minimo di punti cassa si riferisce alle ipotesi del punto vendita “aperto al pubblico”.
Nel caso di specie, considerato che i beni finalizzati alle “vendite delivery” sono tutti prodotti in locali (laboratori) non aperti al pubblico (cd. negozi online o virtuali), secondo l’Agenzia delle Entrate deve ritenersi non operante la suddetta limitazione, con la conseguenza che è possibile adempiere agli obblighi di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi installando un autonomo e dedicato Server-RT in ciascun laboratorio “non aperto al pubblico” al quale collegare anche il solo punto cassa ivi presente o comunque un numero di punti cassa inferiore a tre.

Piano welfare aziendale: il Fisco risponde sui benefit offerti a categorie di dipendenti


29 SETT 2020 Si riconosce il regime di non concorrenza al reddito di lavoro dipendente delle opere e dei servizi aventi finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria o culto offerti dal datore di lavoro ai dipendenti e ai familiari. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 25 settembre 2020, n. 55/E)

Nella fattispecie, oggetto d’interpello, la Società istante ha intenzione di adottare un piano welfare a carattere premiale ed incentivante per l’accrescimento della motivazione dei propri dipendenti. Il predetto piano è rivolto ai lavoratori appartenenti a due aree aziendale diverse. Il Piano welfare è attivato con due distinti regolamenti aziendali che, al raggiungimento di un obiettivo minimo di fatturato per l’annualità 2019, riconosce ai citati dipendenti un credito welfare per l’anno 2020 da utilizzare attraverso una specifica piattaforma web che consentirebbe ai destinatari la fruizione di utilità specificatamente individuate.
In particolare, l’importo del credito welfare riconosciuto ai dipendenti è graduato per livello di inquadramento e anzianità di servizio, e riparametrato in caso di fatturato inferiore all’obiettivo prestabilito.
Inoltre i regolamenti fissano l’arco temporale, 15 gennaio/30 novembre 2020, quale periodo per l’utilizzo del credito welfare, prevedendo che quanto non utilizzato nel predetto periodo, sarà versato alla posizione individuale di previdenza complementare o azzerato.
Il contenuto del Piano è obbligatorio ed immodificabile per tutta la sua durata e prevede l’accesso ad un medesimo paniere di benefit per entrambe le categorie di lavoratori.
Alla luce di quanto sopra esposto, la Società Istante chiede se ai benefit compresi nel Piano welfare di entrambi i regolamenti sia possibile applicare il regime di esclusione da imposizione sul reddito di lavoro dipendente (cioè l’arti. 51, comma 2, lettere f) e f-bis), del Tuir), nonché se sia interamente deducibile, ai fini IRES, ai sensi dell’articolo 95, comma 1, del Tuir, il costo sostenuto dalla stessa per l’anno d’imposta 2019, senza incorrere nella limitazione della deducibilità del solo 5 per mille prevista dall’articolo 100 del medesimo Testo Unico.
L’Amministrazione finanziaria rileva che l’erogazione delle utilità dettagliatamente specificate nei Regolamenti aziendali di welfare sembra assumere carattere premiale, in linea quindi con la ratio dei commi 2 e 3 del citato articolo 51 del Tuir, dal momento che il credito welfare, che consente l’accesso alla fruizione di beni e servizi, è riconosciuto qualora l’azienda raggiunga, nel 2019, un obiettivo minimo di fatturato da essa fissato.
Il Piano welfare è rivolto ai lavoratori appartenenti a due individuate aree aziendali con almeno 2 anni di anzianità di servizio in azienda alla data del 31/12/2018 e con un orario di lavoro giornaliero di almeno 6 ore.
In ragione di tali circostanze e nel presupposto che queste ultime condizioni non circoscrivano i destinatari dell’offerta ad alcuni e ben individuati lavoratori, si è dell’avviso che il Piano welfare rispetti il presupposto richiesto dal comma 2 dell’articolo 51 del Tuir, dal momento che esso è rivolto a due “categorie di dipendenti”.
Per quanto concerne invece la deducibilità, ai fini IRES, dei costi sostenuti dalla Società per l’attuazione di un Piano welfare, nessuna criticità si rileva all’applicazione dell’articolo 95 del Tuir laddove le utilità ricomprese nel Piano, e offerte ai dipendenti, vengano riconosciute in ragione di contratto, accordo o regolamento aziendale che configuri l’adempimento di un obbligo negoziale.
Al riguardo, infatti, è stato precisato, tra l’altro, che relativamente alle fattispecie di cui alle lettere f), f-bis), fter) ed f-quater) del comma 2 dell’articolo 51 del Tuir “la erogazione dei benefit in conformità a disposizioni di contratto, di accordo o di regolamento che configuri l’adempimento di un obbligo negoziale determina la deducibilità integrale dei relativi costi da parte del datore di lavoro ai sensi dell’articolo 95 del TUIR, e non nel solo limite del cinque per mille, secondo quanto previsto dall’articolo 100 del medesimo testo unico”.
Affinché un regolamento configuri l’adempimento di un obbligo negoziale, lo stesso deve essere, quindi, non revocabile né modificabile autonomamente da parte del datore di lavoro.
Solo in tale ultima ipotesi, infatti, l’atto nella sostanza sarebbe qualificabile come volontario con la limitazione della percentuale di deducibilità stabilita dall’articolo 100 del Tuir.
Nella fattispecie in esame, si rileva che i regolamenti precisano che “In quanto atto negoziale, ancorché unilaterale, le erogazioni ivi previste costituiscono una obbligazione nei confronti dei lavoratori”.
In ragione di tale statuizione e nel presupposto che la società non possa esimersi dall’erogazione dei benefit previsti nel Piano welfare in esame, si ritiene applicabile l’articolo 95 del Tuir ai fini della deducibilità dei costi sostenuti dalla Società Istante.

Bonus facciate: gli interventi devono essere visibili dalla strada pubblica


Il Bonus facciate è fruibile a condizione che la parte del perimetro esterno dell’edificio, oggetto dell’intervento, sia visibile (anche parzialmente) dalla strada (Agenzia Entrate – risposta 28 settembre 2020, n. 415).

Il bonus facciate prevede una detrazione dall’imposta lorda pari al 90% delle spese documentate sostenute nell’anno 2020 per interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati nelle seguenti zone:
A) le parti del territorio interessate da agglomerati urbani che rivestano carattere storico, artistico e di particolare pregio ambientale o da porzioni di essi, comprese le aree circostanti, che possono considerarsi parte integrante, per tali caratteristiche, degli agglomerati stessi;
B) le parti del territorio totalmente o parzialmente edificate, diverse dalle zone A): si considerano parzialmente edificate le zone in cui la superficie coperta degli edifici esistenti non sia inferiore al 12,5 per cento (un ottavo) della superficie fondiaria della zona e nelle quali la densità territoriale sia superiore ad 1,5 m3/m2.


Ai fini del bonus facciate gli interventi devono essere finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna e devono essere realizzati esclusivamente sulle strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi.


L’esplicito richiamo agli interventi realizzati esclusivamente sulle strutture opache della facciata, sui balconi, ornamenti e fregi, comporta che sono ammessi al bonus facciate, gli interventi sull’involucro “esterno visibile dell’edificio, vale a dire sia sulla parte anteriore, frontale e principale dell’edificio, sia sugli altri lati dello stabile (intero perimetro esterno)” e, in particolare, gli interventi sugli elementi della facciata costituenti esclusivamente la “struttura opaca verticale”.


Pertanto, ai fini del bonus è necessario che la parte del perimetro esterno dell’edificio, oggetto dell’intervento, sia visibile (anche parzialmente) dalla strada pubblica.

I codici tributo per i contributi forfettari relativi all’emersione del lavoro irregolare


Istituiti i codici tributo per il versamento, tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, dei contributi forfettari dovuti per l’emersione del lavoro irregolare, ai sensi dell’articolo 103, comma 7, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 25 settembre 2020, n. 58/E).

I datori di lavoro possono presentare istanza per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, ovvero per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare con cittadini italiani o stranieri, secondo le condizioni ivi previste.
Il datore di lavoro è tenuto al pagamento di un contributo forfettario per le somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale, relativamente ai rapporti di lavoro irregolare oggetto dell’istanza di emersione.
Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali del 7 luglio 2020, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, il Ministro dell’interno e il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, sono state stabilite le somme dovute a titolo di contributo forfettario, per ciascun mese o frazione di mese, per i diversi settori di attività.nello specifico:
– 300,00 euro per i settori dell’agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse;
– 156,00 euro per i settori dell’assistenza alla persona per sé stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o disabilità che ne limitino l’autosufficienza;
– 156,00 euro per il settore del lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Inoltre, il medesimo decreto interministeriale prevede che il contributo forfettario è versato con le modalità di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, esclusa la possibilità di avvalersi della compensazione ivi prevista.
Le risorse provenienti dal pagamento dei contributi forfettari di cui trattasi sono riversate (art. 1, co. 4, D.M. 7 luglio 2020):
– per un terzo all’entrata del bilancio dello Stato, a titolo fiscale;
– per un terzo all’INPS, a titolo contributivo;
– per un terzo all’INPS, per il successivo accreditamento al lavoratore, a titolo retributivo.
Al fine di consentire il pagamento dei contributi forfettari tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, sono istituiti i seguenti codici tributo:
– “CFZP” denominato “Contributo forfettario 300 euro – emersione lavoro irregolare – settori agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse – DM 7 luglio 2020”;
– “CFAS” denominato “Contributo forfettario 156 euro – emersione lavoro irregolare – settori assistenza alla persona – DM 7 luglio 2020”;
– “CFLD” denominato “Contributo forfettario 156 euro – emersione lavoro irregolare – settore lavoro domestico e sostegno al bisogno familiare – DM 7 luglio 2020”.
Per la compilazione del modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”:
– nella sezione “CONTRIBUENTE” sono indicati i dati anagrafici e il codice fiscale del datore di lavoro;
– nella sezione “ERARIO ED ALTRO” sono indicati:
   * nel campo “tipo”, la lettera “R”;
   * nel campo “elementi identificativi”, il codice fiscale del lavoratore;
   * nel campo “codice”, i codici tributo “CFZP”, “CFAS” o “CFLD”;
   * nel campo “anno di riferimento”, il valore “2020”;
   * nel campo “importi a debito versati”, il contributo forfettario dovuto, nella misura di 300,00 euro (per il codice “CFZP”) oppure di 156,00 euro (per i codici “CFAS” e “CFLD”), per ciascun mese o frazione di mese.

Sconto riconosciuto ai dipendenti per acquisto diretto di beni: trattamento fiscale


28 SETT 2020 Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro, in virtù di apposita convenzione stipulata con il fornitore, consente ai propri dipendenti di acquistare, i beni commercializzati da quest’ultimo, a un prezzo scontato, non si genera materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale dei beni acquistati dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da questi ultimi. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 25 settembre 2020, n. 57/E)

Ai sensi dell’art. 51, co. 3, del Tuir si individua nel “valore normale”, così come definito dall’articolo 9 del medesimo Testo Unico, il criterio di valorizzazione dei beni e servizi rilevanti ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente.


Al riguardo, infatti, il comma 3 citato prevede, tra l’altro, che “Ai fini della determinazione in denaro dei valori di cui al comma 1, compresi quelli dei beni ceduti e dei servizi prestati al coniuge del dipendente o a familiari indicati nell’art. 12, o il diritto di ottenerli da terzi, si applicano le disposizioni relative alla determinazione del valore normale dei beni e dei servizi contenute nell’art. 9”.
La locuzione “il diritto di ottenerli da terzi” è da porre in collegamento con il principio generale vigente in materia di reddito di lavoro dipendente (cd. principio di onnicomprensività) in base al quale costituisce reddito tutto ciò che il dipendente riceve, anche da soggetti terzi, in relazione al rapporto di lavoro, ovvero allorquando un terzo cede beni o presta servizi a dipendenti di un datore di lavoro per effetto di un qualunque collegamento esistente con quest’ultimo o con il sottostante rapporto di lavoro, anche in forza di un accordo o di una convenzione che questi abbia stipulato.
Relativamente alla nozione di “valore normale”, così come enunciato dal comma 3 dell’articolo 9 del Tuir, si intende, salvo quanto disposto dal successivo comma 4 con riferimento alle azioni, obbligazioni e altri titoli, “il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi. Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza, alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso.”
In base alla lettera della disposizione riportata che fa espresso riferimento agli ” sconti d’uso”, è stato, tra l’altro, precisato che per i beni e servizi offerti dal datore di lavoro ai dipendenti, il loro valore normale di riferimento possa essere costituito dal prezzo scontato che il fornitore pratica sulla base di apposite convenzioni ricorrenti nella prassi commerciale, compresa l’eventuale convenzione stipulata con il datore di lavoro.
Successivamente, in relazione al regime fiscale applicabile ai premi di risultato e al welfare aziendale, è stato precisato, tra l’altro, che il valore indicato nel documento di legittimazione, ovvero nel voucher, di cui all’articolo 6 del Decreto del Ministero del Lavoro del 25 marzo 2016, deve corrispondere al valore del bene/prestazione offerta che, ai sensi della prima parte del comma 3 dell’articolo 51 del TUIR, deve essere determinato in base al valore normale, come definito dall’articolo 9 del TUIR.
Al riguardo, il valore normale può essere costituito anche dal prezzo scontato, praticato dal fornitore sulla base di apposite convenzioni stipulate dal datore di lavoro.
In virtù di quanto sopra esposto, il Fisco ritiene che anche nella fattispecie in esame possano trovare applicazione i chiarimenti forniti, considerato che la società istante, datore di lavoro, in virtù di apposita convenzione stipulata con il fornitore, consente ai propri dipendenti di acquistare, i beni commercializzati da quest’ultimo, a un prezzo scontato.


Pertanto, si è dell’avviso che nella fattispecie rappresentata non si generi materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale, così come illustrato, dei beni acquistati dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da questi ultimi.


Ente Bilaterale di categoria: regime fiscale dei contributi versati e delle prestazioni erogate

Con la Risoluzione n. 54/E del 25 settembre 2020, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in merito al regime fiscale dei contributi versati all’Ente Bilaterale di categoria e delle prestazioni erogate dal medesimo ente, nel caso di contribuzione esclusiva da parte del datore di lavoro.

IL CASO

L’Ente Bilaterale Nazionale, costituito sulla base del CCNL stipulato dalle organizzazioni sindacali di categoria, programma e promuove specifiche attività in favore dei dipendenti:
– iniziative di welfare, quali ad esempio: stipula di polizze assicurative per “premorienza” e “long term care” (LTC), integrazione del reddito in caso di congedi parentali maternità/paternità, premialità scolastiche, ecc.;
– interventi di sostegno economico nel quadro di eventuali accordi aziendali di incentivazione all’esodo per specifiche figure professionali, che possano anche favorire percorsi di ricambio generazionale, con particolare riguardo ai lavoratori divenuti inidonei;
– formazione per qualificazione o riqualificazione professionale, ove non finanziabile da fondi interprofessionali;
– formazione, ricerche, indagini in materia di salute e sicurezza del lavoro;
– formazione, iniziative, ricerche, indagini in materia di pari opportunità, violenza di genere e molestie nei luoghi di lavoro;
– ogni altra attività individuata dalle fonti istitutive negli accordi di rinnovo del CCNL o deliberata all’unanimità dal Consiglio Direttivo dell’Ente.
Le aziende e i dipendenti non hanno alcun ruolo nel governo e nella gestione dell’Ente, essendo soltanto potenziali beneficiari delle attività e delle prestazioni, e i lavoratori non risultano né aderenti o iscritti, né portatori di un diritto a fruire di particolari prestazioni/servizi.
La contribuzione all’Ente è ad esclusivo carico delle aziende che applicano il CCNL di categoria, ed è determinata con cadenza trimestrale in base alla “forza media” di ciascun trimestre. Non esiste alcun collegamento certo tra “teste” dei lavori presenti in azienda nel trimestre di contribuzione e “teste” dei lavoratori suscettibili di beneficiare in futuro delle prestazioni attivate dall’Ente. Il sistema di accesso alle potenziali prestazioni è dunque fondato su un concetto di puro mutualismo tra lavoratori.


Il quesito sottoposto all’Agenzia delle Entrate riguarda la corretta disciplina fiscale applicabile ai contributi che l’azienda versa all’Ente bilaterale in relazione a eventuali obblighi in qualità di sostituto d’imposta.

PARERE DEL FISCO

Gli “Enti Bilaterali” sono organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro attraverso:
– la programmazione di attività formative e la determinazione di modalità di attuazione della formazione professionale in azienda;
– la promozione di buone pratiche contro la discriminazione e per la inclusione dei soggetti più svantaggiati;
– la gestione mutualistica di fondi per la formazione e l’integrazione del reddito;
– lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro;
– ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento.


In merito al trattamento fiscale dei contributi versati all’ente, posti a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori, nonché al trattamento fiscale delle prestazioni erogate dagli enti medesimi è stato chiarito che in generale, i contributi versati all’ente bilaterale, dal datore di lavoro e dal lavoratore, concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente, in quanto non rientrano tra le ipotesi di esclusione dal reddito previste dal TUIR.
La normativa, infatti, stabilisce la non concorrenza al reddito di lavoro dipendente, tra l’altro, dei soli contributi assistenziali versati dal datore di lavoro o dal lavoratore in ottemperanza a disposizioni di legge. Ciò non consente di escludere dalla formazione del reddito di lavoro dipendente i contributi aventi finalità assistenziale non obbligatori per legge, quali quelli versati agli enti bilaterali sulla base di accordi contrattuali.


Tuttavia, qualora il contratto, l’accordo o il regolamento aziendale prevedano soltanto l’obbligo per il datore di lavoro di fornire talune prestazioni assistenziali e il datore di lavoro, obbligato a fornire dette prestazioni, scelga di garantirsi una copertura economica, iscrivendosi ad un ente o ad una cassa, il pagamento dei contributi da parte del datore di lavoro risponde ad un interesse esclusivo dello stesso e, pertanto, non genera materia imponibile per i lavoratori.
Inoltre, affinché i contributi assistenziali versati dal datore di lavoro risultino imponibili nei confronti dei lavoratori, è necessario che questi siano riferibili alla posizione di ogni singolo dipendente, ovvero sia possibile rinvenire un collegamento diretto tra il versamento contributivo effettuato dal datore di lavoro e la posizione di ogni singolo lavoratore.


Sulla base di tali considerazioni, dunque, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i contributi versati all’Ente Bilaterale di categoria, ad esclusivo carico dell’azienda, determinati in modo cumulativo e indifferenziato, convenzionalmente sulla base della “forza lavoro media”, senza alcun collegamento diretto tra il contributo del datore di lavoro e ciascun singolo lavoratore, non si considerano una componente reddituale nei confronti dei dipendenti.
Nell’esecuzione degli adempimenti in qualità di sostituto d’imposta, pertanto, detti contributi non devono essere computati nella determinazione del reddito imponibile dei dipendenti.


Con riferimento, invece, al trattamento fiscale delle prestazioni assistenziali erogate dall’ente in relazione a tale contribuzione, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che le stesse risulteranno assoggettate a tassazione sempreché inquadrabili in una delle categorie reddituali previste dal TUIR, comprese quelle che costituiscono erogazioni corrisposte in sostituzione di detti redditi. In tal caso, non assume rilevanza la circostanza che i contributi versati dal datore di lavoro non siano stati assoggettati a tassazione quali redditi di lavoro dipendente.

Contributo a fondo perduto COVID-19: le risposte del Fisco


25 SETT 2020 Di fronte ad altre tre istanze di interpello il Fisco risponde sulla determinazione della soglia di accesso al contributo a fondo perduto COVID-19 introdotto dall’articolo 25 del decreto Rilancio e dei requisiti di accesso in ipotesi di scissione e di società con sede in Comune colpito da evento calamitoso (Agenzia delle Entrate – risposte 24 settembre 2020, nn. 401, 403 e 405).

Determinazione soglia di accesso al contributo a fondo perduto


L’istante intende beneficiare del contributo a fondo perduto (art. 25, decreto legge n. 34/2020), chiede di sapere se i corrispettivi percepiti nell’esercizio 01/0X/20XX – 31/0X/20XX, a titolo di rimborso di spese di trasferta, per costi di viaggio, vitto ed alloggio, contrattualmente pattuiti, non ricompresi nei corrispettivi per le prestazioni di servizi ma separatamente esposti in fattura, classificati nella voce A5 del conto economico siano da ricomprendere nell’articolo 85, comma 1, lettera a), del TUIR e come tali debbano concorrere alla formazione del limite massimo di Euro 5.000.000 posto quale requisito per poter beneficiare del contributo a fondo perduto.
Per l’Amministrazione finanziaria, le somme di cui si tratta rappresentano «il riaddebito dei costi di trasferta e/o comunque dei costi vivi sostenuti» (con le modalità descritte nell’istanza) e la loro attribuzione non persegue le ordinarie finalità di un contributo in conto esercizio, incluso tra i ricavi di cui alla lettera g) dell’articolo 85 del Tuir. Per la società istante, le predette somme, come emerge anche dalle previsioni contrattuali, rappresentano parte integrante del valore economico della prestazione di servizi principale fornita; ciò a tal punto da far divenire detti componenti reddituali quota inscindibile dei propri ricavi derivanti dalla gestione caratteristica, di cui all’articolo 85, comma 1, lettere a) e b), del TUIR. Ciò premesso, nel caso in esame, le somme che rappresentano il riaddebito da parte delle società committenti alla società istante delle spese di trasferta, risultano rilevanti ai fini della determinazione della soglia minima per la fruizione del contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020.


Ipotesi di scissione


La società istante dichiara di essere stata costituita a seguito di scissione parziale proporzionale e di esercitare una attività di servizi, chiede un parere circa la possibilità di accedere al contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 convertito il legge, con modificazioni, dall’articolo 1, Legge 17 luglio 2020, n. 77 (c.d. Decreto rilancio).
Per il Fisco la determinazione del contributo a fondo perduto COVID-19 deve essere operata, sia in relazione alle modalità di determinazione della soglia massima ricavi o compensi sia per quanto concerne il calcolo della riduzione del fatturato, identificando l’ammontare dei ricavi e del fatturato direttamente riferibili al ramo d’azienda oggetto di assegnazione alla società istante (ante e post scissione).


Società con sede in Comune colpito da evento calamitoso


L’istante fa presente che il contributo de quo è riconosciuto anche in assenza dei requisiti richiesti, ai soggetti che a far data dall’insorgenza dell’evento calamitoso, hanno il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio dei comuni colpiti dai predetti eventi i cui stati di emergenza erano ancora in atto alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19. L’istante ritiene che la propria sede societaria, sita nel Comune di XXX (XX) debba considerarsi collocata in stato di emergenza alla data del 31 gennaio 2020 alla luce delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri del 26 giugno 2019 e del 2 dicembre 2019 di estensione degli effetti dello stato di emergenza per i territori interessati da eccezionali eventi metereologici. Alla luce di quanto premesso, l’istante chiede di conoscere se sia possibile presentare l’istanza, ai sensi dell’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020, al fine di accedere al contributo al fondo perduto nella misura minima di Euro 2.000,00.
Per il Fisco se il Comune di XXX (XX) risulti incluso tra i comuni colpiti da un evento calamitoso il cui conseguente stato di emergenza sia «ancora in atto, alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19 (al 31 gennaio 2020, Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020» (elemento fattuale la cui valutazione non può essere effettuata in sede in interpello), l’istante può fruire del contributo a fondo perduto COVID-19, determinando lo stesso secondo quanto previsto al comma 5 dell’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020 (ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti).


Cessione a rate dell’immobile agevolato: decadenza benefici “prima casa”

Nel caso in cui l’immobile acquistato con i benefici prima casa sia ceduto a rate, prima dei cinque anni dall’acquisto, il termine di un anno per l’acquisto di altro immobile, previsto a pena di decadenza delle agevolazioni, decorre dalla data di registrazione dell’atto. A tal fine risulta irrilevante che il trasferimento di proprietà si perfezioni con il pagamento dell’ultima rata (Agenzia delle Entrate – Risposta 24 settembre 2020, n. 409).

IL CASO


Vendita con riserva di proprietà dell’immobile, il cui pagamento del prezzo è stato dilazionato in dodici rate con acquisto da parte del compratore del diritto di proprietà sullo stesso a seguito del pagamento dell’ultima rata.
L’immobile venduto è stato acquistato usufruendo delle agevolazioni fiscali “prima casa”, e le cessione è avvenuta prima dei 5 anni dall’acquisto.
In tal caso, quale data si considera di effettiva cessione e, dunque, da quando decorre il termine di un anno per provvedere al riacquisto di un altro immobile da adibire ad abitazione principale, di non perdere le agevolazioni per l’acquisto della prima casa, anche con riferimento al nuovo acquisto?
Inoltre, l’eventuale decadenza dalle agevolazioni fruite, determina anche la decadenza dalle agevolazioni fiscali relative alle imposte sostitutive sul mutuo estinto?

IL PARERE DEL FISCO

Le norme in materia di imposta di registro stabiliscono, per gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di beni immobili, tra l’altro, che qualora il trasferimento abbia per oggetto case di abitazione, ad eccezione di quelle di categoria catastale A1, A8 e A9, ove ricorrano le condizioni, l’imposta si applica con l’aliquota del 2%.
Tuttavia, in caso di trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici, prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, sono dovute le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché una sovrattassa pari al 30 per cento delle stesse imposte.
Le predette disposizioni non si applicano nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici, cd. “prima casa”, proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale.
Con riferimento alla vendita degli immobili con il pagamento del prezzo a rate, con riserva della proprietà, il codice civile stabilisce che il compratore acquista la proprietà della cosa col pagamento dell’ultima rata di prezzo, ma assume i rischi dal momento della consegna.
Ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, però, non sono considerati sottoposti a condizione sospensiva le vendite con riserva di proprietà e gli atti sottoposti a condizione che ne fanno dipendere gli effetti dalla mera volontà dell’acquirente o del creditore.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, perciò, ai fini dell’imposta di registro, per gli atti di vendita degli immobili a rate, con riserva della proprietà fino al pagamento dell’ultima rata, si deve ritenere che l’effetto traslativo si verifichi immediatamente, sicché l’imposta di registro deve essere corrisposta al momento della registrazione dell’atto.
Ne consegue, che il decorso dell’anno per il riacquisto di altra abitazione da adibire a prima casa non può essere conteggiato dal momento in cui è avvenuto l’effetto traslativo della proprietà dei beni (verificatosi solo dopo il pagamento dell’ultima rata del prezzo), bensì dalla data dell’atto di compravendita ricevuto dal notaio e registrato.
In proposito, la giurisprudenza ha affermato che la ratio di tale previsione sta nel fatto che, in questo tipo di vendita, l’effetto traslativo dipende da una condotta dell’acquirente e non già dal verificarsi di un evento estraneo alla volontà delle parti, tanto che la vendita con riserva di proprietà è accomunata, nel trattamento fiscale, agli atti sottoposti a condizione che ne fanno dipendere gli effetti dalla mera volontà dell’acquirente o del creditore. Per cui, ai fini della legge di registro, diversamente dalla disciplina civilistica, il contratto in questione produce l’immediato trasferimento della proprietà all’acquirente.
L’Agenzia delle Entrate precisa che con la decadenza dalle agevolazioni fruite per l’acquisto degli immobili il contribuente, che abbia stipulato un contratto di mutuo avvalendosi delle agevolazioni prima casa”, incorre anche nella decadenza dalle agevolazioni fiscali relative alle imposte sostitutive sul mutuo. In tal caso l’ufficio competente provvede, nel termine decadenziale di tre anni dal verificarsi dell’evento che comporta la revoca dei benefici medesimi, a recuperare nei confronti del mutuatario la differenza dell’imposta sostitutiva, nonché a irrogare la sanzione amministrativa nella misura del 30 per cento della differenza medesima.

Agevolabili col credito d’imposta Mezzogiorno, i beni oggetto di contratto sale and lease back


Il requisito della novità del bene, necessario per beneficiare del credito di imposta, deve apprezzarsi in sede di primo acquisto, a nulla rilevando, anche per tale aspetto, la successiva cessione dello stesso nell’ambito dell’operazione di sale and lease back (Agenzia Entrate – risposta 24 settembre 2020, n. 404).

La Legge di Stabilità 2016, ha introdotto un credito di imposta a favore delle imprese che, a decorrere dal 1° gennaio 2016 e fino al 31 dicembre 2020, effettuano l’acquisizione, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di beni strumentali nuovi, vale a dire macchinari, impianti e attrezzature varie, facenti parte di un progetto di investimento iniziale e destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.


Sono agevolabili gli investimenti, facenti parte di un progetto di investimento iniziale, relativi all’acquisto, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di macchinari, impianti e attrezzature varie destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.


Se entro il quinto periodo d’imposta successivo a quello nel quale sono entrati in funzione, i beni sono dismessi, ceduti a terzi, destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero destinati a strutture produttive diverse da quelle che hanno dato diritto all’agevolazione, il credito d’imposta è rideterminato escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni anzidetti.


In particolare, per quanto concerne la nozione di beni “nuovi”, in precedenti documenti di prassi è stato chiarito che “l’agevolazione non spetta per gli investimenti in beni a qualunque titolo già utilizzati”.


In relazione alla agevolabilità di beni acquistati e contestualmente fatti oggetto di un contratto di sale and lease back, è stato precisato che l’agevolazione spetta anche nell’ipotesi in cui il bene oggetto dell’investimento, per il quale si fruisca dell’agevolazione, formi oggetto di un successivo contratto di sale and lease back. In tali ipotesi, la cessione del bene nuovo, oggetto d’investimento agevolabile, alla società di leasing nel contesto di un’operazione di lease back non determina la revoca dell’agevolazione.


Chiarimenti sul calcolo della riduzione del fatturato per il bonus locazioni


Forniti chiarimenti sul calcolo della riduzione del fatturato a seguito di trasformazione da ditta individuale a società per il credito d’imposta affitti (Agenzia delle Entrate – Risposta 24 settembre 2020, n. 402).

Nel caso di specie, la società Srl, è stata costituita nel 2016 ed ha iniziato la propria attività nel 2019, in seguito alla cessione dell’azienda dalla ditta individuale. Solo per effetto della cessione d’azienda la società è entrata in possesso dei beni strumentali e delle licenze necessarie per svolgere l’attività e solo in tale data i risultati economici conseguiti sono cessati in capo alla ditta individuale e imputati alla società.
Al fine di usufruire del credito d’imposta previsto dall’articolo 28 del decreto-legge n. 34 del 2020 il comma 5 dello stesso articolo pone, tra i requisiti, la diminuzione del fatturato di almeno il 50 per cento rispetto a quello conseguito negli stessi mesi del periodo d’imposta precedente.
A tal riguardo, l’istante chiede all’Agenzia se, per accedere al beneficio in esame, possa essere riconosciuta la continuità aziendale con l’attività svolta precedentemente nella veste di ditta individuale.
L’Agenzia delle Entrate ritiene che il calcolo della riduzione del fatturato di cui al comma 5 dell’articolo 28 del decreto rilancio deve essere effettuato confrontando l’ammontare del fatturato della società istante dei mesi di marzo, aprile, maggio e giugno 2020 rispetto al fatturato dell’azienda trasferita (ditta individuale) riferibile ai medesimi periodi dell’anno precedente.